1 Marzo 2014. Viaggiatori stranieri nella Bologna del '500

Il grand tour che aveva come meta prediletta l’Italia – noto perciò anche come il viaggio in Italia - rappresentò una stupefacente e irrinunciabile consuetudine culturale che, a partire dal basso medioevo, si protrasse per un periodo lunghissimo sino agli inizi del ‘900. Per secoli i figli delle famiglie nobili, ricche e influenti di ogni parte d’Europa vennero inviati nel Bel Paese per completare il loro percorso formativo. Una città che molti visitarono fu Bologna attratti dapprima dal celeberrimo Studio e dai suoi famosissimi professori, poi dai Bentivoglio e dal loro palazzo, la Domus Magna, forse il più sontuoso mai costruito in Europa, dai suoi immensi monasteri e palazzi senatori altrettanto splendidi; l’incoronazione di Carlo V d’Asburgo a Imperatore del Sacro Romano Impero avvenuta in San Petronio il 24 Febbraio 1530 focalizzò l’attenzione dell’Europa su Bologna per decenni. La fama europea della città proseguì poi coi Carracci e con il loro allievo Reni, noto in tutta Europa come “il sommo Guido”. Se ci limitiamo al solo ‘ 500  molti sono i viaggiatori che ci hanno lasciato ricordi e impressioni della nostra città. Mentre le descrizioni complessive sono talora interessanti, quelle analitiche sono, al contrario, noiose e ripetitive:  tutti parlano indistintamente della torre Asinelli altissima, della Garisenda che pende, dei portici dove si può passeggiare anche quando piove o quando picchia il sole, ecc... 

Tra le pietre messe in opera ad alcuni non sfugge la selenite pietra che nessuno ha mai visto altrove: “Una parte delle mura è fatta di una pietra splendente, che si va ritrovando ancora spesso scavando nelle fondamenta” [F. Schott], e più oltre: “..il suo terreno produce anche una pietra bianca tenera che si taglia con facilità”. Molti parlano, equivocando, dell’inconsistenza delle mura o delle torri: “Bologna non ha di fortificazione se non un semplice muro di mattoni e qualche torre pure di mattoni”. Sembra che non si rendano conto che si tratta di mura a sacco vale a dire di una doppia cortina di mattoni [distante sino a 2,0 m - 2,5 m alla base] con dentro ciottoli di fiume tenuti assieme da calce: quindi strutture difensive poderose, altro che semplici mura di mattoni!

Tra costoro alcuni sono famosi: Hartmann Schelder che nelle Cronache di Norimberga riporta la prima immagine, sia pure  fantastica, di Bologna, il celebre mago e negromante Agrippa a cui si deve il De Occulta Philosophia, il celebre filosofo, scrittore e aforista Montaigne, o von Pflaumer il cui Mercurius Italicus fu senza alcun dubbio la migliore e più nota guida d’Italia dalla fine del ‘500 a tutto il ‘600. Questi, e molti altri, gente ricca e spesso nobile vengono, di regola, ospitati dal Beau Monde locale felicissimo di accogliere, nei palazzi di città o nelle principesche ville di campagna, dei loro pari provenienti da altre nazioni. Nessuno di loro accenna alle “camere locande” o alle famigerate osterie postali frequentate dai poverazzi e a cui dovranno fare ricorso obtorto collo solo durante il viaggio di avvicinamento alla città. Particolarmente famigerate quella di Malalbergo [da cui il nome] e quella di Pietramala dove i viaggiatori venivano spesso derubati e talvolta uccisi. Nessuno di loro accenna alla carestia di cibo [per 19 anni su 100 nel XVI secolo la Grande Fame attanagliò Bologna] che fece decine di migliaia di morti in città e nel contado e, se parlano della peste [1505, 1524. 1527, 1575, 1576 e gli ultimi anni del secolo] lo fanno di sfuggita; nessuno ricorda poi il mal mazzucco [1505 e 1524]: “Fù ancora pestilenza accompagnata da un’altra infermità chiamata mal Mazzucco, che conduceva gli infermi spesse volte a’ darsi volontariamente la morte e di tal infermità oltre il gran numero di popolari [oltre 15.000] morirono 16 de’ principali Medici della Città” [Fileno dalle Tuate, cronachista bolognese]. Annotazioni come questa “I bolognesi hanno la consuetudine di passare l’estate nelle ville suburbane e nelle campagne” la dice lunga sull’estrazione sociale di chi scrive [A. Augustin]. Questa consuetudine riguarda ovviamente pochissimi: i bolognesi passano l’estate in città dove muoiono metaforicamente per il caldo [la caldazza] e spesso realmente, come appena detto subito sopra, per la peste o per la fame. Non tutti si avvalgono dell’ospitalità dei ricchi. Montaigne viaggia in incognito: “All’albergo dove noi scendemmo [il famoso Leone o Leon d’oro, in via dei Vetturini] trovammo che un’ora prima vi era arrivato il giovane signore di Montluc; veniva dalla Francia e si fermava in questa Città per frequentare  la scuola di scherma e di equitazione” [sic!]. Numerosissimi i resoconti che ci restano ma veramente poche sono le notizie di un qualche interesse. Vediamone alcune. A Bologna si arrivava per nave dal nord vale a dire da Ferrara. Da Firenze o Pistoia occorre arrivare a dorso di mulo. I sentieri, che dalla Toscana portavano a Bologna, non permettevano infatti il transito delle carrozze. Inoltre i briganti erano in agguato nei boschi. “..partendo da Venezia il 3 Ottobre sul far della notte salimmo sulla nave e dopo un viaggio fortunato e felice arrivammo a Ferrara sul 5. Rimasto in questo luogo un solo giorno per visitare la città , giungemmo a Bologna il 7 Ottobre” [B. Amerbache]. Il viaggio, che portava a Bologna, come si vede era abbastanza lungo. Anche per venire dalle Romagne si preferiva raggiungere il mare, quindi Ferrara e poi, sempre in nave, arrivare al Porto delle Navi tra porta Galliera e porta Lame; questo:“..non possando andare per Romagna segguri della robba né delle persone”.

Qui arrivati, tutti gli stranieri, indistintamente, traggono l’impressione di trovarsi in una città d’acqua: Il canale di Reno, il canale delle Moline, il canale del Savena, l’Aposa e decine e decine di androne o cantarne o chiaviche corrono infatti scoperte per ogni dove all’interno delle mura della terza cerchia, detta la Circla. Quelli che visitano Bologna nei primissimi anni del secolo hanno la fortuna di vedere la famosa Domus Magna [il Palatium regale dell’annalista Burselli] fatta costruire dai Bentivoglio e successivamente distrutta per ordine di Giulio II [1507].  Dalle testimonianze dell’Alberti e di altri Cronisti [Giovio , Ghirardacci, ecc.,] sappiamo che oltre a 5 vastissime sale, si contavano 244 camere, con splendide tappezzerie, mobilie, dorature e quadri d'artisti allora in gran voga. “Nella loggia che dal terzo cortile metteva al giardino, Lorenzo Costa aveva frescato l'incendio di Troja, mentre Francesco Francia aveva decorato la stanza di Giovanni con pitture che portavan vanto di sublimi” [Alberti]. Si racconta che Raffaello chiese ed ottenne dal Francia i cartoni di questi affreschi, che narravano la storia di Giuditta e Oloferne, che poi studiò con attenzione. Si racconta anche che quando l’urbinate mandò al Francia, a Bologna, la sua celeberrima S. Cecilia questi, quando la vide, trovandola incomparabilmente più bella dei suoi dipinti, si accasciò al suolo e poco dopo morì. Oggi di tutto ciò ci resta il Guasto e due capitelli in pietra d’Istria con l’effige di Giovanni II e del figlio Annibale riutilizzati nella casa Dalle Tuate, in via Galliera. I conventi di San Domenico con l’arca marmorea del Santo [da cui Nicolò, autore della cimasa, prese il nome] e le sue celebri cantine, quello di S. Stefano con le sue numerosissime reliquie [famosissima la Benda della Beata Vergine], con il Santo Sepolcro, il catino di Pilato e la colonna della Flagellazione, il convento di San Francesco con la celebre ancona in marmo pario destano l’ammirazione incondizionata degli stranieri. Una tappa irrinunciabile è per tutti il monastero del Corpus Domini per via del corpo incorrotto di Santa Caterina de’ Vigri:  “Ha le mani e i piedi scoperti a cui si tagliano le unghie tutti i mesi in presenza di molta gente, come pure si tagliano i capelli una volta all’anno dopo che sono cresciuti…..io ritengo questo corpo per la più ammirevole reliquia d’Italia”. Questa reliquia attrae una folla immensa di persone, in realtà di ogni condizione, e un fiume di denaro. Il convento, immenso e ricchissimo è limitato da quattro strade: Urbana, Tagliapietre, Bocca di lupo e a sud dai Prati di Sant’Antonio [oggi via Castel Fidardo].

Altre tappe irrinunciabili sono le cappelle gentilizie famose in tutta Europa: quella Bentivoglio in San Giacomo Maggiore [con il capolavoro del Francia “La Madonna con Bambino, Angeli e  Santi” e i celebri affreschi di Lorenzo Costa tra cui quello della famiglia Bentivoglio al completo: Giovanni II, la moglie Ginevra Sforza con le 7 figlie i 4 figli “…nessun re o principe ebbe mai nulla del genere”], quella Felicini alla Misericordia con altri capolavori del Francia tra cui “L’Adorazione del Bambino” e la celeberrima Pala Felicini, detta la “Madonna del Gioiello” che finita a Parigi è oggi conservata, assieme all’”adorazione”, in Pinacoteca, quella Duglioli dall’Olio, poi Bentivoglio in San Giovanni in Monte con la S. Cecilia di Raffaello [oggi anch’essa in Pinacoteca] di cui si è detto subito sopra, e cento altre. In seguito alle spogliazioni napoleoniche molte altre opere, finite in Francia, non hanno fatto più ritorno a Bologna. Fra queste [sono decine] la celebre pala Casio rappresentante la Beata Vergine col Bambino e Santi assieme a Giacomo e Girolamo Pandolfi da Casio di Giovanni Boltraffio, una opera straordinaria del Rinascimento, un tempo nella Cappella Casio, alla Misericordia, è rimasta al Louvre. Tappa irrinunciabile per i viaggiatori è il convento di San Michele in Bosco ammirevole per molti monumenti tra cui, a fine secolo, quello marmoreo del celebre condottiero Ramazzotto Ramazzotti [Ramazzotto da Scaricalasino] opera del ferrarese Alfonso Lombardi. Ma è soprattutto il panorama che desta l’ammirazione incondizionata di tutti: “Da questo monastero si vede oltre la città e il territorio di Bologna l’amenissimo paese di Lombardia….Quindi si scorgono i nevosi gioghi delle Alpi che paiono nuvole, il mare Adriatico e la bocca del Po…vedonsi eziandio Mantova, Ferrara, Imola, La Mirandola e altri luoghi circostanti….” [A. Schott].

Oggi non più. Le polveri sospese stazionano sulla immensa pianura e una mortale nube azzurrognola nasconde il paesaggio lontano. E tantissimi monumenti in pietra sono spariti per sempre: tra questi molti serragli della seconda cerchia,  detta erroneamente del mille,  luccicanti per i blocchi di selenite intercalati ai mattoni, vengono demoliti, salvo sei, nella seconda metà del cinquecento. Dei 68 conventi o monasteri [presenti entro la Circla o subito fuori città, nel ‘500] ne restano oggi solo 23 [molti dei quali ridotti alla sola chiesa], delle 70 chiese dedicate alla Beata Vergine ne restano 15 di cui alcune sconsacrate. Di molti Santi – con una o più chiese a loro dedicate in città - si è persa completamente la memoria: S. Apollinare, S. Andrea e le sue sei chiese! S. Tecla seguace di S. Ambrogio, Ss. Sinesio e Teopompo protettori di Nonantola, i due santi medici siriani Ss. Cosma e Damiano [resta il toponimo: vicolo S. Damiano], i due figli di S. Vitale e S. Valeriana Ss. Gervasio e Protasio [resta il toponimo: via S. Gervasio] e tantissimi altri. Davvero il “tempo”, come diceva Ovidio, distrugge ogni cosa!

Casa delle Tuate, via Galliera 6, Capitello proveniente dalla Domus Magna

Museo Geologico Giovanni Capellini

via Zamboni, 63 40126 Bologna

Orario di apertura al pubblico:

Dal lunedì al venerdì dalle ore 9:00 alle ore 13:00

Sabato, Domenica e Festivi dalle ore 10:00 alle 18:00

Chiusure: 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agosto, 24 e 25 Dicembre.

Per informazioni:

tel. 051 2094555
email: gigliola.bacci@unibo.it

Per le scuole:

Per concordare data e percorso didattico, visitare la sezione Aula Didattica e telefonare al numero 0512094593.

Giuseppe Cosentino

Elide Schiavazzi  elide.schiavazzi@unibo.it

 

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